Monumenti Rimini

Anfiteatro romano

Le strutture dell’anfiteatro rimaste consentono di comprendere le dimensioni e le funzioni che aveva questa costruzione nel passato. La forma era ellittica come del resto tanti anfiteatri romani costruiti in tutto l’Impero. La disposizione dell’asse maggiore va da nord-est a sud-ovest. L’arena in cui avevano luogo i giochi aveva una misura quasi uguale a quella del famoso Colosseo. Nei quattro ordini di anelli concentrici ellittici potevano prendere posto circa 10.000 spettatori. Questi ultimi potevano entrare ed uscire da due ingressi principali che si trovavano in corrispondenza del giro più stretto dell’ellissi e venivano smistati in una serie di corridoi e scale che permettevano di raggiungere e lasciare le gradinate. Il centro dell’anfiteatro era l’arena dove i gladiatori si affrontavano. Eretto nel corso del II Secolo d.C., non fu per molto un luogo per combattimenti gladiatori perchè già nel tardo impero l’anfiteatro romano fu incorporato nelle mura che venivano erette per resistere alle invasioni dei barbari. Esso da luogo destinato a divertire il pubblico divenne struttura con funzione difensiva. Un vero e proprio forte. La facciata esterna, la quale fronteggiava il mare, per 63 metri ebbe le arcate chiuse. Non ebbe però solo quella funzione, peraltro comune a quella di tanti altri monumenti dell’antichità romana. Esso venne infatti utilizzato come cava di pietre e laterizi ben squadrati, ottimi, in tempi di ristrettezze economiche, per la costruzione di altri edifici. Persa la funzione ludica e non sempre utilizzato per funzioni difensive, l’anfiteatro romano, con la sua struttura massiccia e chiusa, fu sede anche del lazzaretto. In epoca medievale, l’anfiteatro era ormai un cumulo di rovine, circondato da terreni incolti ed orti. Durante la Seconda guerra mondiale i bombardamenti sulla città di Rimini procurarono gravi danni agli edifici ed ai monumenti. L’area dell’anfiteatro venne destinata a deposito di macerie. Su gran parte di tale area venne edificato il Centro Educativo Italo Svizzero (CEIS). Nel 1960 finalmente sono state iniziate delle opere di restauro ed oggi l’anfiteatro ospita manifestazioni e spettacoli.

Arco d’Augusto

Consacrato all’imperatore Augusto dal Senato romano nel 27 a.C., l’Arco d’Augusto è il più antico arco romano rimasto. Esso segnava la fine della via Flaminia che collegava Rimini a Roma, la capitale dell’impero, confluendo poi nel decumano massimo (l’odierno corso d’Augusto), che portava all’imbocco della via Emilia. l’antico arco è solenne ma sobrio. I quattro clipei situati a ridosso dei capitelli rappresentano ognuno una divinità romana, Giove e Apollo rivolti verso Roma e Nettuno e la dea Roma rivolti verso l’interno della città di Rimini. Al fornice centrale si affiancano due semicolonne con fusti scanalati e capitelli corinzi. L’Arco d’Augusto aveva come funzione principale, oltre a quella di fungere da porta urbica, quella di sostenere la grandiosa statua bronzea dell’imperatore Augusto che conduce una quadriga. Il fornice dell’Arco d’Augusto era troppo grande per ospitare una porta. Ciò è dovuto al fatto che la politica dell’Imperatore Augusto era volta alla Pax Augustea (la pace) e dunque era inutile una porta civica che si potesse chiudere, dal momento che non vi era il pericolo di essere attaccati. L’Arco d’Augusto è oggi, assieme al Ponte di Tiberio, uno dei simboli di Rimini. Compare nelle cartoline vendute ai turisti nelle sue versioni diurna e notturna, ma soprattutto nello stemma della città. La merlatura della parte superiore dell’arco risale al Medioevo, nell’epoca in cui la città era posseduta dai ghibellini. L’Arco d’Augusto fu la porta principale di Rimini fino a quando vennero demolite le mura in periodo fascista. L’arco rimase infatti un monumento isolato tanto che si ritenne, erroneamente, che esso fosse un arco trionfale. Sopra ‘apertura dell’arco si trova il muso di un toro. Esso rappresenta la potenza e la forza di Roma.

Castel Sismondo

Il suo ideatore e costruttore è Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimini e Fano, dal quale il castello prende il nome. Fu ideato come fortezza e palazzo di grandiose proporzioni poiché doveva rappresentare visivamente il potere e la supremazia del signore sulla città. Il Castel Sismondo di Rimini oggi rappresenta il nucleo centrale del castello, originariamente difeso da un fossato e da un ulteriore giro di mura. La costruzione di Castel Sismondo è iniziata nel 1437, in un periodo molto prospero per la signoria malatestiana. Sigismondo, esperto conoscitore delle arti belliche, fu l’ispiratore ed il coordinatore del progetto anche se fu affiancato da dei progettisti e dal famoso architetto Filippo Brunelleschi. La costruzione della rocca sfruttò in parte le strutture preesistenti, e precisamente un grande complesso fortificato costruito dal fratello di Sigismondo, delle case malatestiane duecentesche ed un breve tratto delle mura urbane di età federiciana. Il complesso originario era probabilmente risultato angusto e inadeguato per la corte di Sigismondo. Il signore aveva infatti fatto distruggere gli antichi palazzi e le abitazioni dei suoi antenati ad eccezione del palazzo maggiore, che mantenne ed attorno al quale costruì il nuovo complesso. Le fortificazioni esistenti vennero rafforzate e adattate alle nuove esigenze militari. Vennero rialzati dunque i camminamenti ed il muro di cinta, ampliato il fossato, costruite nuove torri e, dopo la morte di Sigismondo, edificata una seconda cinta più esterna aperta una doppia porta di ingresso rivolta verso la città ed una doppia porta di ingresso rivolta verso la campagna. I lavori di costruzione del Castel Sismondo durarono 15 anni, anche se le iscrizioni sul portale d’ingresso parlano di un’inaugurazione avvenuta nel 1446. E’ possibile visionare l’immagine dell’antica grandezza del castello su di una medaglia celebrativa di Matteo de’ Pasti e sul celebre affresco di Piero della Francesca ospitato nel Tempio Malatestiano. Con il declino della signoria malatestiana, alla fine del XV secolo, iniziò un lungo periodo di decadenza. Il castello non fu più utilizzato come residenza ma unicamente come “forte” per scopi militari. Venne dunque sottoposto ad una serie di lavori per renderlo adatto a questo fine. Vennero apportati ad esempio cambiamenti al perimetro murario con l’introduzione di bastioni poligonali al posto di quelli quadrangolari del XV secolo. Tra il 1624 e il 1626 Castel Sismondo venne sottoposto ad ulteriori restauri: l’aggiunta di cannoniere, la demolizione delle sommità delle torri per sistemarvi i mortai, il rialzamento delle quote esterne e la demolizione del rivellino verso la campagna. Castel Sismondo assunse il nome di Castel Urbano, nome scelto in onore del pontefice Urbano VIII. Vennero anche ricostruiti i muri di controscarpa ed i tetti e vennero rinnovati la cappella e i magazzini. Nel 1821 il castello divenne la caserma dei carabinieri. Nel 1826 ulteriori vennero distrutte le cinta, la terza torre ed i baluardi esterni e venne riempito il fossato. Venne inoltre costruito un magazzino di sale addossato ai bastioni. La rocca, nel 1857 divenne infine una prigione e restò tale fino al 1967. In anni recenti Castel Sismondo viene restaurato sotto la direzione di Carla T. Pietramellara, per consentire al pubblico di visitarlo. L’accessibilità da parte del pubblico avviene grazie a passerelle, ascensori e nuovi corpi scala all’interno del mastio e dell’ala di Isotta. Nel corso dei lavori sono emersi resti di età romana ed altomedievale tra i quali delle mura tardo imperiali, una porta e le fondazioni di una torre. Castel Sismondo era simile ad una cittadella fortificata e circondato da un enorme fossato asciutto al centro del quale scorreva un rigagnolo, fustigata, che con particolari sistemi idrici poteva innalzarsi fino ad allagare il fossato. Il castello era racchiuso da un’alta cinta esterna irregolare entro la quale si aprivano la corte del soccorso, rivolta verso la campagna, e la corte a mare, rivolta verso la città. Le due corti comunicavano attraverso la rocca di mezzo, una corte minore ricavata all’interno del nucleo centrale del castello, a sua volta diviso in mastio e ala di Isotta, i due corpi di fabbrica principali, collegati ad un livello intermedio tra il primo e il secondo piano attraverso un passaggio coperto. La rocca di mezzo e le due corti erano presidiate ognuna da una propria guarnigione e da un castellano. Erano presenti passaggi sotterranei percorribili a cavallo che comunicavano direttamente con l’esterno e trabocchetti con pozzi a rasoio utilizzati da Pandolfo IV, detto Pandolfaccio, il terribile nipote di Sigismondo. All’esterno la rocca era caratterizzata da intonaci dai colori araldici malatestiani: verde, rosso, bianco. L’impianto generale di Castel Sismondo ha invece carattere di assoluta modernità per l’epoca tanto da essere stato considerato il primo castello moderno per l’impianto vagamente stellare con le sue torri protese verso l’esterno. Grazie alla grande conoscenza dell’arte militare da parte del signore di Rimini, il Castel Sismondo era stato costruito per essere una struttura fortificata capace cioè di resistere alla forza distruttrice delle armi da fuoco. Ad esempio le cortine sono molto più robuste rispetto alla norma e gli stessi torrioni quadrangolari accoglievano ognuno un cannone in bronzo. Anche nel Castel Sismondo, come nel Tempio Malatestiano, convivono elementi architettonici e decorativi discordanti, simbolo della transizione avvenuta nella prima metà del XV secolo tra la tradizione medievale e la cultura nuova del Rinascimento. La corte a mare era costruita davanti al fronte principale della rocca. La corte del soccorso, più antica e tuttora esistente, costituiva in origine una piazza d’armi. I torrioni sono tutti rivolti verso la città e si affiancano a vicenda, tenendo sotto tiro tutte le direzioni d’accesso e creando un sistema difensivo con punti di tiro e di osservazione efficace contro le armi da fuoco. Il sistema difensivo era pensato più per difendere il Signore del castello dai sudditi piuttosto che dai nemici. L’ingresso verso la città avviene tramite un portale gotico, ad arco acuto, con stipiti e ghiera realizzati in conci marmorei disposti in modo classico. Sopra di esso si trova un’epigrafe dedicatoria con un testo in latino scolpito in caratteri lapidari classici. In tale epigrafe si afferma che Sigismondo eresse l’edificio dalle fondamenta nel 1446, a decoro dei riminesi e che egli stabilì che venisse chiamato con il proprio nome. L’epigrafe ha proporzioni e caratteri rinascimentali. Sull’ingresso è presente un grande stemma costituito da uno scudo con bande a scacchi che era il simbolo dei Malatesta, sormontato da un cimiero a testa d’elefante crestato e da una rosa quadripetala. Ai lati dello stemma è celebrato in caratteri gotici rilevati il nome del signore di Rimini: Sigismondo Pandolfo.
Oggi dentro Castel Sismondo vengono organizzati eventi musicali di pregio.

Ponte di Tiberio

Il ponte di Tiberio, originariamente ponte di Augusto e Tiberio, è situato a Rimini e collega il centro storico con il Borgo San Giuliano. Si tratta di un monumento risalente all’epoca dell’antica Roma. Esso fungeva da ponte sul fiume Marecchia quando il suo corso non era ancora stato deviato. Venne costruito tra il 14 d.C. (governo di Augusto) e il 21 d.C. (governo di Tiberio). Assieme all’Arco d’Augusto è presente nello stemma della città di Rimini. Il ponte di Tiberio è l’ultimo pezzo della via Emilia. Lo stile sobrio ed armonico ricorda quello dell’Arco d’Augusto, costruito in pietra d’Istria come quest’ultimo. Il ponte è composto di 5 arcate a tutto sesto con delle edicole cieche tra le imposte degli archi, la cui grandezza varia in maniera crescente man mano che ci si sposta verso l’arco più grande, che si trova nel centro del ponte. Iscrizioni latine su lastre in pietra sono presenti ai bordi della pavimentazione. Dal ponte di Tiberio passavano due vie consolari: la via Popilia-Annia, che arrivava sino ad Aquileia, e la via Emilia, che arrivava fino a Piacenza.
Il ponte di Tiberio è secondo la leggenda un ponte del diavolo, poiché sulla balaustra lato monte sono presenti due tacche che somigliano all’impronta di piedi caprini. Secondo un’altra leggenda, il Ponte di Tiberio è stato l’unico ponte della città traversante il fiume Marecchia che, durante la Seconda guerra mondiale, le forze armate tedesche non sono riuscite a demolire.

Domus del Chirurgo

La domus del chirurgo è un’abitazione romana datata seconda metà del II secolo. L’abitazione aveva muri di argilla che poggiavano su zoccoli in muratura. Dagli studi effettuati risulta che in quel tempo l’edificio si affacciava direttamente sul mare, il quale lambiva la parte settentrionale della città anche se oggi risulta ritirato di oltre 1 km. E’ stata scoperta in Piazza Ferrari a Rimini nel 1989 a Rimini e da quel momento sono iniziati gli scavi archeologici per riportarla alla luce assieme ai numerosi reperti, preziosa testimonianza della vita ai tempi degli antici romani. E’ stata aperta al pubblico nel 2007. All’interno della domus è stata ritrovata una delle serie più complete di strumenti chirurgici di età romana, che oggi viene conservata a Rimini, nel Museo della Città. Nota come “casa del chirurgo”, la domus è un ritrovamento importante per il suo prezioso corredo chirurgico. Da una mensola, che in origine era posta sulla parete, era caduta una scatola di bronzo, da cui si era rovesciato un gruppo di strumenti in ferro e bronzo utilizzati dal medico per i suoi interventi. Quindi bisturi, sonde, scalpelli, pinze, ed altri attrezzi. E ancora bilance e misurini di bronzo, vasetti in terracotta, fiale e ad altri contenitori di uso farmaceutico ormai purtroppo irriconoscibili poiché ridotti ad un mucchio di vetri. La domus era divisa in stanze, che si affacciavano tutte su un lungo corridoio che fungeva da disimpegno e raccordo tra i diversi vani. Esso dava su un cortile. Il medico utilizzava una delle stanze per visitare e operare i pazienti. Inoltre una taberna medica che dava sul cortile fungeva da ambulatorio. Tra i vani c’erano anche il triclinio (la sala da pranzo), ed il cubicolo (la camera da letto). Al secondo piano della domus si trovavano invece la cucina e la piccola dispensa. Tra gli ultimi anni del II secolo e i primi decenni del III secolo la domus venne ristrutturata. Dopo la metà del III secolo, sotto l’imperatore Gallieno, un’incursione di Alemanni mise a ferro e fuoco Ariminum e la domus venne distrutta da un incendio. Il crollo del tetto ha consentito la perfetta conservazione dei mosaici, degli arredi e degli utensili. Dopo l’incendio la domus venne abbandonata e mai più occupata. In mezzo alle macerie che si formarono con il crollo del secondo piano vennero trovate un’ottantina di monete romane, quasi tutte in argento. Pare che il medico si chiamasse Eutyches (Eutiche) grazie all’iscrizione sul muro della sua Taberna Medica “Eutyches Homo Bonus”, che fosse un medico militare di origine greca e che fosse un amante del bello. Nella domus del chirurgo sono stati ritrovati centinaia di reperti archeologici come vasellame da cucina e monete, ferri chirurgici ed molti mosaici e decorazioni. Gli strumenti chirurgici che sono stati ritrovati a Rimini rappresentano attualmente la più ricca collezione chirurgica antica al mondo, sia per la varietà che per il numero degli oggetti ritrovati. Ben 150 pezzi usati per intervenire sulle ferite e sui traumi ossei ed una serie di vasetti usati per preparare e conservare i medicinali. E ancora bisturi, pinzette, sonde, tenaglie odontoiatriche, un trapano a bracci mobili, leve ortopediche ed alcuni ferri utilizzati per esportare calcoli urinari. Il chirurgo era specializzato in professione medica militare. Uno dei ritrovamenti più importanti è il Cucchiaio di Diocle che serviva per estrarre le punte di freccia conficcate nel corpo umano. Si tratta di un pezzo unico al mondo, composto da un manico di ferro che termina con una lamina a forma di cucchiaio, forata al centro, per consentire di bloccare ed estrarre la freccia. Veniva utilizzato in particolare dai medici che operavano sul campo di battaglia. Nella domus sono presenti anche dei bellissimi mosaici, tra i quali quello di “Orfeo tra gli animali”, ritrovato nella taberna medica. Al centro del mosaico si vede Orfeo, il celebre musico, circondato da animali che lo ascoltano. Un pannello di pasta di vetro, dove su sfondo blu sono raffigurati un delfino, un’orata ed uno sgombro, è stato invece ritrovato nel triclinium. I mosaici ritrovati nella domus sono conservati nel Museo della città di Rimini. Gli arredi e le decorazioni della Domus testimoniano il gusto orientale del padrone di casa. Il chirurgo infatti era un uomo ricco, raffinato e colto. Anche i mosaici, che contribuiscono a rendere unica la Domus, rispecchiano il gusto del padrone dell’abitazione. I mosaici sono tutti particolarmente ben conservati.

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